Scrivere podcast di Storie Vere: 5 elementi per storytelling audio ad alto impatto emotivo

Scrivere podcast di Storie Vere: 5 elementi per storytelling audio ad alto impatto emotivo

Come scrivere un podcast di storie vere? Ovvero, come narrare storie personali in un podcast? 

Con il passare degli anni, stanno emergendo sempre più tipologie di narrazione. La fiction, ad esempio, sta guadagnando sempre più popolarità ma crescono anche i racconti di storie vere.

I racconti di storie vere possono essere narrati sia in terza persona, cioè raccontando la vita di un’altra persona, sia in prima persona, raccontando esperienze personali. 

Io stessa, tra la metà e la fine del 2017, ho iniziato proprio in quest’ultimo modo con “Be My Diary“. 

Ogni settimana aprivo il mio diario raccontando ciò che mi accadeva, sia le cose positive che quelle negative. Questa esperienza mi ha insegnato molto, soprattutto sulle peculiarità e le differenze tra raccontare una storia vissuta in prima persona e narrare una fiction o una storia in terza persona. 

Quali sono quindi i cinque elementi da tenere in considerazione quando raccontiamo una storia che ci riguarda personalmente?

Ne ho parlato in un episodio dedicato e presente su Branded Podcast Italia.

I 5 elementi per raccontare storie vere dal forte impatto emotivo 

Potrebbe sembrare più semplice raccontare una storia che conosciamo bene: sappiamo cosa è successo e cosa abbiamo provato. Tuttavia, proprio questi aspetti nascondono grandi insidie. Ecco i 5 elementi da tenere in considerazione quando raccontiamo una storia che ci riguarda in prima persona.

1. Non raccontare la storia come un flusso di coscienza

Troppo spesso sento persone in procinto di raccontare la propria storia personale pronunciare frasi del tipo: “Mi piace raccontare di me al microfono perché è come andare dallo psicologo“. 

Quando sento questa frase, provo un sentimento di paura. Non voglio esagerare, ma qualcuno che equipara il parlare al microfono a una seduta dallo psicologo probabilmente è una persona che non ha ancora elaborato la situazione dal punto di vista emotivo e, di conseguenza, tenderà a raccontare gli eventi senza i dovuti filtri. 

Quando si è immersi in una situazione, infatti, la raccontiamo come se fosse un flusso di coscienza. Ma c’è una differenza tra raccontare una storia con un inizio, un centro e una fine, e un flusso di coscienza.

La differenza tra una storia e un flusso di coscienza è che quest’ultimo non ha limiti, non ha barriere e, soprattutto, non è utile. 

È forse utile per la persona che lo racconta per liberarsi di un peso, di un’emozione, ma non è utile a lungo termine, né per il narratore né per l’ascoltatore, che viene investito da un flusso di emotività che probabilmente non è in grado di gestire.  

Gli psicologi e gli psicoterapeuti studiano anni per capire come creare una barriera tra ciò che le persone riversano su di loro e ciò che si portano dietro. 

In un flusso di coscienza, non c’è alcuna barriera. Chi narra è troppo vulnerabile e chi ascolta subisce troppo. Questo, secondo me, non è giusto, poiché la narrazione di una storia personale deve essere prima processata (masticata e digerita) e poi resa nota agli altri. 

Se la storia è ancora in corso d’opera, ovvero sta ancora accadendo, siamo troppo carichi di emotività e non saremo obiettivi. In altre parole, l’ascoltatore, non essendo nello stesso stato emotivo, semplicemente non può comprendere la storia.

2. Far passare il giusto tempo  

È molto importante chiedersi quanto tempo è trascorso dall’avvenimento che si desidera raccontare. 

Se è passato poco tempo e la storia è molto forte, semplicemente non si è ancora pronti a raccontarla, né è giusto riversarla sugli ascoltatori. 

Le persone che ricevono la storia non sono in grado di gestirla perché è troppo fresca, e troppo carica d’intensità e di emotività. Insomma, l’ascoltatore non si trova nella giusta situazione emotiva per ricevere un’ondata di emotività del genere, e potrebbe non avere gli strumenti per gestire certe notizie, soprattutto se si narrano episodi gravi, come ad esempio la perdita di un figlio o di una persona cara. 

La persona che ascolta non può partecipare attivamente alla nostra storia, gli unici che possono farlo sono coloro a noi vicini e che stanno provando gli stessi sentimenti. 

In altre parole, raccontare troppo impulsivamente e poco razionalmente non è positivo. Mai.

Quando qualcuno viene da me e vuole raccontare una storia forte, chiedo sempre quanto tempo è passato dall’evento. Ad esempio, nel caso di un divorzio, di perdita di una persona cara o di un animale se non sono trascorsi almeno 5-10 anni, rifiuto di raccontare la storia e consiglio alla persona di non farlo in quel momento, perché potrebbe pentirsene e potrebbe essere troppo presto per gli ascoltatori riceverla. 

Sto utilizzando termini forti perché voglio far comprendere l’impatto reale che narrare certe storie può avere sul pubblico. Quando ho raccontato della morte di mio padre erano trascorsi 15 anni, dall’evento che, sebbene difficile da gestire, avevo elaborato. 

Ne ho parlato in un episodio della prima stagione di “Be My Diary” e l’ho fatto filtrando quella situazione dopo 15 anni necessari per elaborare l’accaduto. Non ho raccontato tutto appena successo perché sarebbe stato un atto troppo violento per me, per i miei cari e per tutti gli ascoltatori. 

3. Valutare l’utilizzo dei trigger warning

Valutare l’utilizzo dei trigger warning è un atto di grande civiltà. I trigger warning sono frasi o diciture inserite all’inizio di un episodio per avvisare gli ascoltatori riguardo a ciò che sentiranno. 

In questo modo, se un ascoltatore non è pronto a sentire certi argomenti, viene messo al corrente e può decidere di proseguire o no. Ad esempio, i trigger warning potrebbero essere inseriti quando si narra di tematiche quali:  

  • Violenze domestiche
  • Abusi familiari
  • Omicidi
  • Suicidi
  • Separazioni
  • Bambini 

Sta a noi quindi anticipare gli argomenti che verranno trattati nell’episodio, specificando che chi non è pronto può saltare quella puntata e ascoltarla in futuro, se lo desidera. 

Tuttavia, quando si abusa dell’uso dei trigger warning, li si utilizza ad esempio per  incuriosire e spingere al click, allora diventa una pratica scorretta. Pertanto, i trigger warning vanno utilizzati quando necessario e non devono essere sfruttati per ottenere audience.

4. Fare un passo indietro rispetto alla storia 

Perché raccontiamo una storia? Per un vanto personale o per mettere al centro il significato del racconto? La storia dovrebbe essere la regina, prevalere su tutto. 

Il podcaster non dovrebbe essere così ingombrante da rubare la scena alla storia. Ci sono podcaster, sia maschi che femmine, che purtroppo a volte hanno una presenza così imponente all’interno delle storie che la storia viene messa in secondo piano e le persone ascoltano la storia non tanto per il suo significato, ma perché è raccontata da quella persona. 

D’altro canto, ci sono speaker così abili e consapevoli che sanno ritrarsi e fare un passo indietro rispetto alla storia, diventando servi del racconto. Quindi, non bisogna raccontare una storia con lo scopo di finire sotto i riflettori, ma bisogna essere capaci di fare un passo indietro e mettere al centro la storia stessa, come persone al servizio del racconto.

5. Tenere a bada l’ego

Tenere a bada l’ego è molto difficile, soprattutto quando la storia ci riguarda personalmente. 

Dobbiamo ricordare che non stiamo raccontando la storia per mostrarci abili, ma per trasmettere un messaggio attraverso la storia, nella speranza che la nostra esperienza possa essere utile anche ad altre persone che si trovano in situazioni simili e stanno cercando di elaborare un dramma. 

Dobbiamo quindi tenere a freno l’ego affinché la storia non diventi un pretesto per metterci al centro dell’attenzione. 

Ad esempio, si possono notare molte persone che non riescono a tenere a bada l’ego leggendo alcuni post di LinkedIn, un luogo in cui la gente a volte esagera. Qui non mancano post che sembrano innovativi ma alla fine sono solo autocelebrativi. 

Come diceva la mia nonna, “chi si loda s’imbroda”, ed è molto vero. Noi siamo al servizio della storia e la storia deve essere al servizio di tutti. La storia è regina e questo deve essere il nostro mantra.

5 elementi per storytelling audio: le conclusioni 

In conclusione, se vogliamo davvero raccontare una storia, soprattutto se ha un alto impatto emotivo, dobbiamo ricordare che non è un flusso di coscienza e la narrazione non è un modo per liberarci di un peso: non è come andare dallo psicologo. 

La storia deve essere elaborata e narrata in funzione degli ascoltatori. Come abbiamo visto è importante che sia trascorso un tempo adeguato (anni) così da distaccarci da ciò che raccontiamo e rendere il racconto onesto e fruibile. 

Se necessario e solo se necessario, è buona norma inserire trigger warning nel rispetto dell’ascoltatore che potrebbe essere investito dall’emotività del racconto. 

Dobbiamo infine  essere capaci di fare un passo indietro, mettendoci al servizio della storia perché la storia è regina e dobbiamo essere bravi a tenere a freno il nostro ego.

Sono felice di aver evidenziato questi punti, poiché ritengo importante far luce su questioni a cui spesso non si pensa. Spinti dal desiderio di condividere qualcosa di buono, senza volerlo rischiamo di fare del male a qualcuno che sta dall’altra parte. 

Ti invito a seguirmi sui miei canali social, in particolare su Instagram e a dare uno sguardo alle risorse webinar e al mio corso realizza il tuo podcast.

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