Questo è un contenuto autobiografico: spesso parlo della mia storia personale per rispondere alle tante domande che mi arrivano su come si diventa podcast producer e come si fa a lavorare con i brand nell’ambito della produzione dei podcast.
L’ho raccontato in una puntata del mio podcast Branded Podcast Italia e ora puoi leggerlo qui sul mio blog: come sono arrivata a fare questo lavoro, per la precisione la branded podcast producer.
I più curiosi potranno così conoscermi ancora meglio, scoprendo quali sono state le tappe cruciali della mia vita e come ognuna di queste ha contribuito allo sviluppo della carriera professionale.
Ho già parlato di chi è, di cosa si occupa e quando serve un podcast producer. Qui le persone più curiose e che non conoscono la mia storia potranno conoscermi meglio e comprendere cosa sta davvero dietro al mestiere del podcast producer.
Le origini
Sono nata nel 1982 a Mirandola, un paese in provincia di Modena, conosciuto principalmente per aver dato i natali a Pico della Mirandola, per il caso de “I diavoli della bassa Modenese”, quest’ultimo recentemente raccontato da Pablo Trincia nel podcast Veleno, e per essere stato l’epicentro del terremoto dell’Emilia. Insomma niente di così fantastico :)
È una cittadina di circa 24mila abitanti che mi ha permesso di trascorrere una piacevole prima parte della mia vita, in mezzo alle campagne, tra suoni e musiche.

È stata mia zia regalandomi un mangiacassette portatile con registratore incorporato a farmi scoprire l’innata passione verso tutto ciò che ricade nella definizione di suono.
La radio: una finestra sul mondo
Da bambina ascoltavo spessissimo la radio. A Mirandola, a quei tempi, Radio Pico era la principale stazione che si poteva ascoltare. E’ una radio classica e per lo più trasmetteva musica commerciale.
Io ascoltavo tutt’altro, io ascoltavo K-rock. K-Rock, che oggi non esiste più, era una radio libera, ispirata alle radio statunitensi del tempo. La radio trasmetteva vari generi musicali, il rock, il pop, e altri generi meno commerciali e non trasmessi dalle altre radio.
È stata la radio e in particolare K-Rock che mi ha fatto comprendere quanto il mondo fosse grande, vario e diverso rispetto alla quotidianità di Mirandola. I brani trasmessi da K-Rock mi affascinavano, restavo stupita dai suoni ma soprattutto dai testi delle canzoni. Quella radio era la mia finestra sul mondo.
In quel periodo, il mio tempo libero lo impiegavo così. Ascoltavo K-Rock, registravo su cassetta i brani trasmessi e mi divertivo immaginando di gestire una vera e propria trasmissione radiofonica.
Quel sogno di gestirne una, una volta diventata più grande, non mi ha mai abbandonata, nonostante io provenga da una famiglia abituata a intendere il lavoro più come un’attività pratica e manuale.
Il percorso di studi e formazione
Crescendo, arrivati intorno agli anni 2000 e terminate le scuole superiori, mi sono iscritta all’Università che mi sembrò più attinente al mondo della radio: Scienze della Comunicazione.
Circa 20 anni fa, la concezione di “comunicazione” era totalmente diversa da quella che si ha e si studia oggi. I mass media erano la TV e il cinema. La principale forma di comunicazione pubblicitaria era la cartellonistica stradale.
Non esistevano corsi specifici sul mondo della radio. Allora ho optato per un corso di sceneggiatura. Grazie a questo corso è cresciuta la mia passione per le storie e i racconti.
La radio continuava a essere presente nella mia vita, mi accompagnava durante i viaggi e occupava parte del tempo libero. Tuttavia, era ancora distante l’idea che potesse diventare un vero e proprio lavoro.
La ricerca di un lavoro “vero”
Ero convinta che lavorare per una radio non fosse un vero lavoro. Terminati gli studi, ne ho cercato e trovato “uno vero”. Ho iniziato a lavorare in un bar la mattina e in un negozio di scarpe nel pomeriggio. Quello è stato il periodo di massima distanza rispetto a ciò che avrei voluto fare. Ma era sicuramente quello che avevo appreso dalla mia famiglia: che l’unico lavoro che conta è il cosiddetto lavoro “vero”! La radio, la sceneggiatura, non erano certo lavori “veri”!
Un giorno però, approfittando dell’assenza della proprietaria del negozio di scarpe, ho cambiato la frequenza della stazione radio in negozio. Ho tolto la onnipresente Radio Maria sintonizzandomi su K-Rock.
Finalmente potevo godermi uno spezzone della mia radio preferita. Dopo pochi minuti la radio trasmette una campagna pubblicitaria in cui viene promosso un corso per imparare a utilizzare il mixer e tutti gli strumenti radiofonici.
Era un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Nonostante il corso si tenesse a molti chilometri da casa mia decisi ugualmente di frequentarlo.
È stato un periodo intenso. La mattina lavoravo al bar, il pomeriggio nel negozio di scarpe e la sera attraversavo tutta l’Emilia Romagna per seguire il corso.
Il corso tenuto dagli stessi speaker di K-Rock, mi ha permesso di apprendere nozioni fondamentali e di aprirmi a nuove opportunità. Un giorno gli organizzatori ci comunicarono di essere alla ricerca di una voce femminile da inserire in organico tra gli speaker di K-Rock!! Era la mia occasione!! Ne avrebbero selezionate tre per fare un provino e sol una delle tre avrebbe passato il provino. Il corso era composto da 15 maschi e 4 femmine…e scegliere 3 su 4 voci femminili al corso era secondo me una probabilità davvero molto alta di poter fare quel provino.
Era la mia occasione. L’entusiasmo però è durato poco, giusto il tempo di scoprire di non essere tra i profili selezionati. Io ero la quarta, la persona scartata tra quelle prescelte. Questo ricordo mi brucia ancora oggi e, se devo dirti la verità, ancora oggi mi chiedo il perché di questa scelta.

Mi prese un momento di grande sconforto. Pensai che la mia vita fosse finita e che i miei genitori, in fondo, avevano ragione: lavorare in radio non è un lavoro vero. Sono tornata così alla mia vita tra cappuccini, brioche e scarpe.
La svolta: come tutto è iniziato
Passano alcuni anni ma il pensiero era ancora lì a quell’occasione sfuggita, soprattutto dopo essere venuta a sapere che la ragazza selezionata non era entusiasta del suo nuovo lavoro.
La radio prova quindi con la seconda scelta. Tuttavia, la seconda voce femminile decide di andare a lavorare per un’altra radio concorrente.
La terza scelta, una ragazza italo indiana, bravissima, sembrava perfetta per il ruolo ma la sua famiglia proprio in quei giorni decide di trasferirsi in Inghilterra con effetto immediato.
Tutto queste cose, ovviamente io ai tempi non le sapevo. L’unica cosa che sapevo è che altre avevano la possibilità di fare il lavoro per il quale mi ero preparata da tutta la vita. E’ per questo motivo che quando mi hanno chiamata dalla radio per fare il provino, ho risposto di no. Mi dava fastidio l’idea di essere l’ultima scelta e forse ancor di più mi dava fastidio l’idea di sbagliare ancora. Ero terrorizzata di vedere quel sogno sfuggirmi ancora dalle mani. Era meglio non sapere e stare nel rimpianto di aver perso quella prima occasione, che fare il provino e ricevere un altro no. Non lo avrei potuto sopportare.
Passano alcuni giorni. Era il 9 luglio 2006. L’Italia stava giocando la finale dei mondiali di calcio. Squilla il telefono. È uno dei gestori di radio K-Rock: “Rossella domani ti presenti in radio perché noi abbiamo bisogno di te”. Risposi un poco convinto “va bene” e poi mi dedicai ai lunghi festeggiamenti per la vittoria dell’Italia.
La mattina seguente senza voce e senza grandi aspettative mi sono presentata in radio.
Dopo tre ore di attesa, il proprietario si presenta, mi guarda e senza troppi giri di parole mi informa che dalle ore 14.00 alle 17.00 dello stesso giorno sarei andata in onda. Io non ci credevo, pensavo di dover fare un semplice provino, e invece sarei andata in onda. Quella era davvero la mia occasione: o facevo quella trasmissione oppure potevo dire addio alla radio per sempre.
Mi sono messa lì e ho iniziato a trasmettere. La mia prima frase è stata: “Io non so perché sono qui, ma oggi ci sono io. Ciao, mi chiamo Rossella”. E tutto è iniziato.
Mi hanno assunto a tempo indeterminato. Trasmettevo in diretta dalle 10.00 alle 13.00 oppure dalle 14.00 alle 17.00. Il resto della giornata lo passavo sempre negli studi di Radio-K, occupandomi di ascoltare, catalogare e scegliere dischi da trasmettere. Il venerdì e sabato sera lavoravo come DJ nella discoteca gestita dalla radio.
In quegli anni la mia vita era più di quanto avessi mai potuto desiderare e poco mi importava che la maggior parte delle persone continuassero a non considerarlo un lavoro vero.
L’unica vera difficoltà è stata convincere le agenzie immobiliari ad affittarmi una casa. Ci ho messo 9 mesi, nonostante un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Nel frattempo dormivo in radio su una brandina. Lavorai per Radio K-Rock per 7 anni.
Dalla radio all’attività in proprio
Con il passare degli anni ho iniziato a rendermi conto però di alcune cose.
Partiamo dalla prima.
La radio FM in Italia, con l’avvento del digitale, stava vivendo un momento di difficoltà. Gli inserzionisti preferivano investire nei social network. I social stavano esplodendo. Permettevano di raggiungere un vasto pubblico e soprattutto era possibile ricavare importanti dati dalle campagne pubblicitarie.
In radio era diverso. Definire quante persone hanno effettivamente ascoltato un annuncio non è un dato che, al tempo, la radio FM era in grado di fornire.
La seconda cosa è personale. Mi ero resa conto di essere una persona che ama il percorso che porta al raggiungimento di un obiettivo più del risultato in sé. In altre parole, preferisco essere costantemente in una fase in cui ambisco a diventare e non sentirmi ormai arrivata o realizzata.
Essere quella della radio mi stava stretto. Certamente era un lavoro fantastico ma sentivo di dover ancora crescere, costruire e fare qualcosa. Insomma, la comodità del posto fisso iniziava a non bastare.
Nel 2011 mi sono dimessa dal lavoro in radio. Insieme al mio fidanzato di allora ho aperto uno studio di registrazione. È stata una decisione difficile e nonostante tutte le incertezze iniziali, pian piano l’attività è decollata.
L’apice è stato raggiunto nel 2015. In quell’anno non solo avevo ormai maturato l’esperienza in radio, ma avevo anche avviato un’attività in proprio. Lo studio andava bene. Non restava che sposarsi con il mio fidanzato e socio in affari.
Un anno e mezzo in viaggio
Passano però pochi mesi, giusto il tempo di rendersi conto che sposarsi non è la decisione migliore. Ne parlai con il compagno di allora e dopo avergli restituito l’anello di fidanzamento mi ritrovai single.
L’attività professionale con il mio ex fidanzato continuava e a complicare tutto ci fu il fatto che lui presto si fece una nuova vita, con una ragazza consociuta poco dopo, che ben presto si trasferì nella nostra città, passando buona parte delle sue giornate nel nostro studio di registrazione.
Mi ero così costruita una gabbia dorata dalla quale volevo solo scappare.
Quindi non avendo alcuna idea concreta decisi di fare l’unica cosa che non avevo mai fatto: di perdermi.
Ho iniziato così a salire sui treni. Li prendevo tutti. Per un anno e mezzo ho insegnato cheerleading acrobatico in cambio di un alloggio. Ho girato l’Italia in treno. In quel momento non mi interessava più niente. Volevo solo perdermi, vagare a zonzo quanto più potessi e mantenermi con l’ospitalità che le persone mi offrivano in cambio di allenamenti sportivi.
Durante l’anno e mezzo in viaggio mi sono resa conto che molte persone, di qualsiasi tipo, si dimostravano particolarmente aperte nei miei confronti. Mi raccontavano le loro storie. Io li ascoltavo. A volte con entusiasmo, a volte, non lo nego, preferivo essere lasciata in pace.
Come sono arrivata a fare questo lavoro
Terminato questo periodo della mia vita, ho deciso di mettere un po’ di ordine. L’obiettivo? Iniziare seriamente una nuova attività.
Ho aperto quindi un profilo LinkedIn rendendomi subito conto che la piattaforma è perfetta per chi ha una carriera professionale lineare. Lo è meno per chi, come me, non ha seguito i classici canoni dello sviluppo verticale di una carriera.
Ad ogni modo, vado avanti, scrivo: cosa ho studiato (sceneggiatura), i premi ricevuti, l’esperienza in radio e come Dj. Scrivo degli eventi che ho presentato e di aver aperto uno studio di registrazione. Mentre scrivevo mi chiedevo il senso di tutto ciò. Per chi lo stavo davvero scrivendo?? Per me o per qualcuno che nemmeno conoscevo? Quindi ho fatto l’unica cosa che sapevo fare: ho chiuso LinkedIn e inizio a registrare. Quella sera non avevo nemmeno un microfono con me ma non mi interessava. Dopo che tutto il mondo aveva condiviso la propria storia con me incontrandomi sui treni, ora è tempo che io condividessi la mia.
Parto proprio da quel momento. La mia storia iniziava così: “È sabato sera, ho 35 anni, sono single (…) e sono a casa a lavare i pennelli del trucco”.
Mentre registravo mi chiedevo quante fossero le persone come me. Quelle che non hanno avuto un percorso di vita lineare, quelle che stanno vivendo un periodo di transizione.
Da quel momento ho capito di aver aperto un nuovo capitolo della mia vita. Quel raccontare una storia normale, mi avrebbe cambiato per sempre. Avrebbe cambiato la mia vita e quella delle persone che ascoltavano. Da allora tutto è tornato in ordine.
Gli studi universitari di sceneggiatura mi sono tornati utili per scrivere le storie, l’esperienza in radio mi ha aiutato a comunicare nella maniera corretta, gestire uno studio di registrazione mi ha fornito gli strumenti per montare e sonorizzare i contenuti.
Inconsapevolmente avevo tutti gli strumenti e le conoscenze per creare il mio primo podcast.
Nessuno si reinventa
Quando vi dicono che persone si sono “reinventate” a 40 o 50 anni, non credetegli.
Nessuno si reinventa.
Se un pizzaiolo diventa scienziato della NASA, un percorso pregresso deve averlo fatto.
Reinventarsi significa dare un colpo di spugna a tutto quello che si è fatto. Non è bello, né positivo. Vuol dire non vedere e non capire il percorso pregresso. Se siamo qui adesso è perché si è fatto un percorso, lineare o non lineare, non importa.
Per tutti quelli che vi dicono che vi siete reinventati (o che vi dovreste reinventare), e vogliono quindi annullare il percorso che avete fatto prima, non permettetelo.
Non ascoltate chi pensa che la vostra storia sia utile solo se vi ha portato a essere famosi. Tutti abbiamo il diritto di raccontare la nostra storia. Oggi io l’ho fatto con te.
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Ph. Credit copertina: Livio Lee Siano







